Functional Training Magazine

IL MENTAL TRAINING DI ULTIMA GENERAZIONE

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Articolo a cura del
 Dr. Valerio Rubino

Psicologo – Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista – Sessuologo Clinico – Terapeuta EMDR
Membro della European Association for Behavioural and Cognitive Therapies – EABCT
Membro della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva – SITCC
Membro della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica – FISS
Membro dell’Associazione EMDR Italia
Membro dell’Associazione Italiana di Psicologia dello Sport – AIPS

WTA Functional Trainer

www.valeriorubino.com

RIASSUNTO
In questo breve articolo verrà discussa l’utilità del Mental Training nella pratica sportiva passando in rassegna l’evoluzione delle teorie che ne sostengono i metodi. Particolare attenzione verrà data al più recente paradigma validato dalle scienze cognitive denominato “Third Wave” – tradotto dall’inglese “Terza Onda” – su cui si stanno concentrando le attuali ricerche scientifiche e che sembra offrire ad oggi risultati significativi in termini di ottimizzazione della performance sportiva. Questo paradigma annovera al suo interno diversi approcci quali, tra i più noti e rilevanti, quello della Acceptance and Commitment Therapy – ACT, della Dialectical Behavior Therapy – DBT (Linehan, 1993a, 1993b) e della Mindfulness-Based Cognitive Therapy – MBCT (Segal, Williams, and Teasdale, 2002); offre inoltre importanti affinità e possibilità di integrazione con l’approccio Post Razionalista (Guidano, 1988). L’utilità del Mental Training secondo l’approccio Third Wave è stata dimostrata da numerosi trial randomizzati controllati sia in ambito clinico che sportivo. Lo stretto legame tra questo orientamento ed il mondo dello sport si realizza in considerazione delle analogie esistenti fra i concetti di attenzione, consapevolezza e stato di prestazione ottimale.

INTRODUZIONE

Allo scopo di ottimizzare la prestazione atletica sono stati sviluppati a partire dagli anni 70’ molteplici programmi di preparazione mentale. Tali programmi incorporano strategie di tipo cognitivo-comportamentale che comprendono goal-setting, tecniche di imagery e self-talk, metodiche di autoregolazione dell’arousal, allenamento della concentrazione e gestione dello stress. Queste tecniche miravano così a ristrutturazioni cognitive caratterizzate dalla modificazione dei pensieri considerati disfunzionali alla prestazione e, attraverso graduali esposizioni, alla riduzione dell’attivazione emotiva mal adattiva.

Il paradigma Third Wave – il quale supporta gli orientamenti cosiddetti di terza generazione – presenta un assunto diverso, secondo il quale pensieri e sentimenti non necessitano di cambiare per modificare i comportamenti, ma di venir percepiti, integrati all’esperienza presente ed accettati, seppur nella loro spiacevolezza.

COME NEGLI ANNI SI È EVOLUTA LA TEORIA SULLA PREPARAZIONE MENTALE

Sin dai primi modelli degli anni 70’, le strategie di intervento in psicologia dello sport hanno fatto riferimento principalmente alle teorie e tecniche di orientamento cognitivo-comportamentale. Questa corrente di pensiero ha subito nel corso degli anni un naturale processo evolutivo che può essere schematizzato in tre periodi: il comportamentismo (Watson, Skinner, Wolpe, Lazarus, ecc.), il cognitivismo razionalista (Beck, Ellis, Bandura, Mahoney, ecc.) e, il cognitivismo post razionalista ed infine il neobehaviorismo, caratterizzati questi ultimi due da una maggiore attenzione alle emozioni e all’utilizzo di modelli di integrazione ed accettazione.

In ambito sportivo i convenzionali modelli di Mental Training Standard sono basati sull’assunto che le strategie designate per aiutare un atleta a riflettere in maniera più logica e razionale sulla sua esperienza, cambieranno in maniera efficace i suoi pensieri e di conseguenza produrranno cambiamenti emotivi e comportamentali in grado di migliorare sensibilmente la propria prestazione. Diversi autori hanno recentemente evidenziato alcuni limiti di questo approccio teorico. Daw e Burton (1994), Maynard, Smith e Warwick-Evans (1995), Murphy e Woolfolk (1987) Weinberg, Seabourne e Jackson (1981) ad esempio utilizzando programmi di allenamento mentale in diverse discipline sportive, hanno riscontrato riduzione dell’ansia e miglioramento della fiducia, ma non della prestazione. Altri autori, Holm, Beckwith, Ehde e Tinius (1996) hanno riscontrato come un programma comprendente self-talk, imagery e goal-setting, proposto a tennisti di college universitari, contribuiva a determinare una significativa riduzione dell’ansia competitiva senza comunque evidenziare, rispetto al gruppo di controllo, sostanziali differenze nella prestazione atletica. Va notato come questi programmi si basino spesso su strategie di controllo e/o riduzione degli stati psico-fisici negativi in base al presupposto, non chiaramente dimostrato, che esperienze interiori negative portino invariabilmente a risultati scadenti.

Oggi si ritiene che i tentativi di sopprimere pensieri ed emozioni indesiderate possano determinare spesso un effetto paradossale, poiché la ricerca attiva di segni di attività cognitiva negativa o indesiderata (pensieri, emozioni, sensazioni) comporta uno “scanning metacognitivo” che determina una focalizzazione eccessiva verso se stessi e verso elementi irrilevanti per il compito (Purdon, 1999; Wegner e Zanakos, 1994). La letteratura scientifica evidenzia, inoltre, come i tentativi di soppressione dei pensieri e di controllo degli schemi mentali negativi possano determinare un aumento indesiderato di attività cognitiva (Clark, Ball e Pape, 1991). Questa intensificazione dell’attività cognitiva e la focalizzazione verso elementi non correlati al compito tendono a danneggiare la prestazione che, viceversa, è facilitata da un orientamento dell’attenzione verso elementi situazionali rilevanti e da comportamenti diretti verso gli obiettivi di prestazione. Sulla base di queste considerazioni può apparire controproducente utilizzare tecniche di self-talk per cercare di modificare i pensieri negativi. È stato anche notato come la riattivazione di pensieri precedentemente repressi possa determinare un incremento di attività del sistema nervoso autonomo e degli stati affettivi correlati (Wegner, Shortt, Blake e Page, 1990).

In quest’ottica, le tradizionali tecniche di mental training mirate al controllo dei processi interni, come il self-talk, l’imagery e la regolazione dell’attivazione, per tentare di controllare o modificare pensieri, immagini, emozioni e stati fisiologici, potrebbero persino danneggiare la prestazione, la quale invece richiede un’attenzione diretta verso elementi correlati al compito e ben orientata al presente su elementi esterni contingenti del momento, piuttosto che un’attività cognitiva auto-giudicante e orientata al futuro (Sbrocco e Barlow, 1996). Alcuni autori, di conseguenza, hanno sottolineato la necessità di concettualizzare nuovi modelli di preparazione mentale che si basino su un’accettazione consapevole da parte dell’atleta delle proprie cognizioni, emozioni e sensazioni fisiche, anche spiacevoli, poiché tali stati si associano naturalmente alla prestazione e spesso non hanno necessità di essere modificati o eliminati. Questo richiede, da parte dell’atleta, lo sviluppo di una capacità di consapevolezza delle proprie esperienze interiori attraverso un ascolto curioso, benevolo ed auto compassionevole.

Una modalità di intervento alternativa, dunque, piuttosto che essere mirata al controllo e alla riduzione delle esperienze negative, è diretta allo sviluppo di un’attenzione consapevole, ben orientata al presente e di tipo non giudicante. In tal modo, sensazioni, emozioni e pensieri anche spiacevoli possono venir accettati in quanto parte dell’esperienza quotidiana, e non controllati o modificati.

Alla luce di queste considerazioni Gardner e Moore (2004a, 2004b) hanno proposto un programma basato su tecniche di mindfulness che mira a sviluppare nell’atleta un particolare tipo di attenzione consapevole orientata all’esperienza presente, intenzionale e non giudicante. La mindfulness, intesa come tecnica di tipo meditativo, ha avuto negli ultimi anni un utilizzo in ambito clinico per il trattamento della depressione (Segal, Williams e Teasdale, 2002), dei disturbi di personalità (Linehan, Cochran e Kehrer, 2001), delle dipendenze, dello stress (Kabat-Zinn, 1994), dei disturbi da attacco di panico (Miller, Fletcher e Kabat-Zinn, 1995) e dell’ansia generalizzata (Roemer e Ostillo, 2002). La parola mindfulness indica uno stato mentale che ha a che fare con particolari qualità dell’attenzione e della consapevolezza che possono essere coltivate e sviluppate attraverso la meditazione. Una consapevolezza che emerge attraverso il prestare attenzione allo svolgersi dell’esperienza momento per momento:

a) con intenzione;

b) nel presente;

c) in modo non giudicante.

Lo sviluppo di un’attenzione mindful richiede una particolare abilità di auto-osservazione da parte del soggetto che va acquisita attraverso una pratica regolare di esercizi di tipo meditativo. In ambito sportivo, diversi psicologi ed allenatori hanno da tempo intuito il significato della mindfulness e delle implicazioni derivanti da tale concetto. Gli stimoli esterni ed interni che giungono alla consapevolezza è importante che vengano percepiti, ma non valutati in termini di positività o negatività. La via maestra per allenare questo tipo di consapevolezza è una pratica regolare delle tecniche di mindfulness anche dell’allenatore e non solo dell’atleta.

Secondo questa prospettiva, i tradizionali approcci di preparazione mentale basati sul controllo, piuttosto che favorire un’efficace presenza attentiva al momento presente, facilitano l’attività cognitiva verbale-semantica interferendo sulla capacità di eseguire in modo automatico le abilità apprese, di rispondere in modo adeguato agli stimoli ambientali e di mantenere un’attenzione ben focalizzata sugli elementi importanti della prestazione.

Negli ultimi anni sempre più studi RCT – trial controllati randomizzati – stanno dimostrando l’efficacia degli approcci Third Wave nel migliorare la consapevolezza, l’attenzione e alcuni aspetti prestativi (Gardner e Moore, 2006, 2007; Moore, 2009; Schwanhausser, 2009).

CONCLUSIONI

L’efficacia dell’approccio Third Wave in ambito sportivo ha aperto prospettive nuove e promettenti. Lo sviluppo nell’atleta di una maggiore consapevolezza e accettazione delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri personali appare un progetto importante al fine del miglioramento oltre che della performance sportiva anche della qualità di vita dell’atleta in un dimensione più ampia. È necessario in tal senso considerare che questo paradigma sia da intendersi non una tecnica bensì un meta modello – nonché uno stile di vita – non escludente bensì integrabile, con le dovute cautele, ai classici programmi di allenamento delle abilità mentali. Starà all’operatore esperto in psicologia dello sport avere l’accortezza di apportare le opportune modifiche secondo il carattere, le competenze ed il sistema valoriale propri e dell’atleta.

Rimane ad ogni modo di fondamentale importanza l’effettuazione preliminare di un corretto assessment, allo scopo di evidenziare problematiche cliniche e sub-cliniche che potrebbero richiedere altri tipi di intervento specialistico.

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